GALLERIA TOMMASO CALABRO
LOST
2020
I lavori rappresentano in parte foto in 3d installate su lastre di alluminio di sinapsi (punto di contatto tra due cellule nervose che servono per propagare gli impulsi nervosi) e in parte singoli neuroni (cellule nervose celebrali, che sono destinate alla produzione e allo scambio di segnali) nel momento in cui vivono un attacco di panico. L’attacco di panico diventa metafora di un problema sociale del nostro secolo: il disagio profondo che si manifesta sotto forma di paura, che diventando cronica si trasforma in patologia. Una malattia (anche se molto sottovalutata credendo sia solo un momento di ansia passeggero che non curato diventa cronico) che trasforma la vita di una persona in un ‘inferno, in una prigione dove rifugiarsi per paura di vivere che porta ad una difficile sopravvivenza e con la rinuncia alla vita (si rinuncia ad una festa, a viaggiare, ad uscire con amici e pian piano si rinuncia a tutto).
Ed è in questi casi che interviene il lavoro di un’artista che ha il dovere di denunciare problematiche sociali contemporanee e di smuovere l’animo delle persone, di indurle a fare riflessioni e analisi profonde. L’artista ha il dovere di creare dei lavori che diventino specchio affinché I osservatore possa ricominciare a guardarsi dentro e a guardare con occhi diversi la vita e il mondo. Questo progetto nasce dalla consapevolezza, che ora nella nostra società è alta l’incidenza di persone che soffrono di attacchi di panico, pensieri ossessivi e rituali compulsivi. Questi comportamenti ciclici tendono a isolare la persona in una sorta di recinto immaginario fino a escluderla totalmente dal mondo reale e conducendola a sopravvivere e non vivere, una vita fittizia e distaccata. Con questi lavori è eseguita una sorta di radiografia del cervello e del proprio inconscio, trasformandola in un’esperienza collettiva condivisa.
I lavori saranno installati secondo un’estensione di immagini che trasformano l’alterità del soggetto ossessivo-compulsivo in un racconto visivo. L’installazione così costruita è paradigmatica della lotta tra l’uomo e la sua ossessione-fobia-paura qui identificata con l’attacco di panico. Questo progetto vuole essere l’inizio di un percorso introspettivo, una presa di coscienza, un’esortazione a intraprendere un percorso di guarigione. Lo spettatore avrà la possibilità di vivere all’interno dello spazio (che simbolicamente rappresenta il cervello) la percezione dello status mentale del soggetto assalito da attacco di panico cercando di riflettersi e trovando in quella percezione tracce della propria identità. Perché se è vero che non tutti soffrono di attacchi di panico tutti viviamo oggi in uno stato di paura, terrore che potrà certamente portare a tutto questo. La verità è che alla base di una paura, c’è sicuramente un disagio, oggi in parte dovuto ad un sistema capitalistico e socio politico che ha oramai inglobato anche l’emozione lasciando spazio solo al consumo e a ritmi di vita sempre più stressanti. Non è certo la prima volta che gli uomini si trovano davanti ad un avvenire bloccato. Ma di solito avevano la meglio grazie alla parola, alle grida. Facevano appello ad altri valori che fossero per loro una ragione di speranza.
Oggi nessuno parla più (tranne quelli che si ripetono). Perché il mondo ci appare spinto da forze cieche e sorde che non intendono avvertire le grida di avvertimento, i consigli, le suppliche. Qualcosa in noi è stato distrutto, dallo spettacolo degli anni che abbiamo appena vissuto. Quel qualcosa è l’eterna fiducia nell’uomo, che ci ha fatto sempre credere fosse possibile provocare reazioni umane in un altro essere umano, parlandogli il linguaggio dell’umanità. Noi abbiamo visto mentire, umiliare, uccidere, deportare, torturare, e ogni volta non è stato possibile convincere coloro che lo facevano a non farlo, perché erano sicuri di sé e perché non si convince un’astrazione (cioè il rappresentante di un’ideologia). Il lungo dialogo tra gli uomini si è interrotto e un uomo che non è possibile convincere fa paura. È cosi che, intorno alle persone che non parlano più, perché lo considerano inutile, si è andata estendendo un’immensa cospirazione del silenzio, accettata da coloro che tremano e che si regalano buone ragioni per nascondere a sé stessi quel tremito e promosso da quelli che hanno interesse a farlo. Presi e persi in mezzo tra la paura generale di una guerra e un conseguente disastro socio-economico-politico e quella tutta particolare delle ideologie assassine, è dunque vero che viviamo nel terrore.
Viviamo in mezzo al terrore perché la persuasione non è più possibile, perché i sentimenti e le emozioni non esistono più, perché un gesto d’amore è considerato fuori luogo ed è per colpa di questi fuori luogo che ci siamo persi (da qui il titolo del progetto LOST). Viviamo nel terrore perché l’uomo è stato consegnato tutto intero alla nuova società e non si volge più verso quella parte di sé che egli ritrova davanti alla bellezza del mondo e dei volti; perché viviamo nel mondo dell’astrazione, il mondo degli uffici, delle macchine, d’internet, delle idee assolute. Soffochiamo in mezzo a coloro che sono convinti di avere assolutamente ragione, tanto nelle loro macchine quanto nelle loro idee. Per chiunque riesca a vivere solo nel dialogo e nell’amicizia degli uomini, questo silenzio è la fine del mondo. Per uscire dal terrore bisognerebbe riuscire a riflettere e ad agire sulla base delle proprie riflessioni.
Ma il terrore non è un clima incline e favorevole alla riflessione lo sono dell’avviso che invece di prendersela con questa paura, si dovrebbe considerare uno degli elementi primari e porvi rimedio verificando cosa conferma e cosa rifiuta. Afferma e rifiuta la stessa cosa: un mondo dove l’omicidio è legittimo e la vita ed i sentimenti insignificanti. Bisogna prendere posizione, io credo che la paura sia un grido soffocato e per cambiare le cose bisognerebbe in primis smettere di soffocare e reprimere ed iniziare ad urlare; a dare un nome ed una voce alle nostre grida e smettere, come diceva Pessoa, di portare addosso le ferite delle battaglie evitate.
2020, Galleria Tommaso Calabro, Milano. Mostra personale “Lost”.
FRANCESCA MATARAZZO
DI LICOSA