I lavori di Francesca Matarazzo esposti alla Palazzina di Caccia di Stupinigi, nell’ambito della rassegna Art Site Fest, appartengono tutti a una medesima recente ricerca sulla parola e sulle sue qualità.
L’artista riprende citazioni da scrittori noti, come Borges, Pessoa, Pasolini e usa alcune loro frasi come un tessuto per ricoprire la superficie della tela. A volte non adopera nemmeno una tela, ma un piano solido, come cemento o alluminio.
La parola è trattata come un fatto visivo e in ciò, Francesca Matarazzo, rivela una radice mediterranea nella sua estetica: nella cultura araba il segno verbale si trasforma spesso in decorazione e architettura.
La prima qualità della parola che interessa l’artista è, dunque, nella sua componente visiva. Spesso, però, questa componente non è evidente: la parola che è la figura del quadro si confonde con lo sfondo, fino a diventare quasi illeggibile.
Qui sta una seconda qualità. La parola dice, ma quasi tace. È al limite dell’evanescenza, come proveniente da una voce che bisbiglia. È questo il destino della parola e della letteratura del nostro tempo. Non muove più ideologie, non anticipa il futuro, non si fa veicolo di una tradizione, come forse accadeva in qualche non più recente passato, ma è piuttosto gioco solitario, momento intimo che allude a una dimensione che appena raggiunta, sfugge. Non a caso, le citazioni provengono da autori che ai fantasmi della letteratura hanno dedicato la loro opera, tra Borges che fa della narrazione un esercizio di memoria e Pasolini che denuncia la perdita della memoria nella società moderna.
Una terza qualità della parola, investigata da Francesca Matarazzo, è nella sua capacità di funzionare da innesco per processi mentali non sempre o non del tutto controllabili. In più occasioni, l’artista ha dichiarato che, dalle frasi lette, citate, riportate, istruisce un suo personale e profondo processo attraverso il quale scandaglia profondità psichiche.
Se i Surrealisti avevano escogitato una scrittura automatica, in grado, cioè, di far emergere l’inconscio nell’allentamento delle catene di significato, Francesca Matarazzo sperimenta un’analoga attività che però alla scrittura sostituisce la lettura.
Al di sotto dei significati evidenti di una frase, la sua ripetizione, la sua riproposizione visiva permette di usarla come chiave di accesso alla condizione intima dell’artista.
L’opera diviene così esercizio fisico e mentale, una sorta di mandala contemporaneo, di passaggio difficile ma necessario per acquisire una diversa consapevolezza di sé.
FRANCESCA MATARAZZO
DI LICOSA