«La mia penna fa miracoli e la forma delle mie parole è orgogliosa della sua superiorità sul significato… il valore di ognuno dei miei segni è l’eternità stessa». Queste poche righe del calligrafo persiano Mullah Mir Ali mi sembrano un viatico illuminante per dipanare l’intricata ed enigmatica matassa di lettere, crittogrammi, segni grafici, polisensi che informano la ricerca estetica di Francesca Matarazzo (Napoli, 1978). Ricerca che porta dentro di sé la lezione dell’arte concettuale e del minimalismo (da qui il suo interesse per la serialità). Ma, in principio, c’è qualcos’altro, ovvero la convinzione, di matrice lettrista[1], secondo cui la scrittura e la pittura sono la stessa cosa. La forma, la tensione della struttura sottostante, la processualità compositiva di entrambe, nonché la reciproca vocazione icastica rappresentano, infatti, per l’artista partenopea un’ipotesi di ricerca artistica quanto, allo stesso tempo, una radiografia di quell’inconscio di cui si propone l’emersione per lembi e lacerti. Talvolta quasi impercettibili, comunque espliciti.
Il suo testo autografo risponde all’esigenza irrinunciabile di personalizzare il contenuto letterario prescelto (di volta in volta stralciato dalla sua destinazione naturale con un effetto simile al drag-and-drop del PC), trasformandolo in immagine visiva. In un’istantanea di sé, che trascende il contenuto testuale, il suo autore. Per quanto noto o anonimo esso sia. Un pretesto, pertanto, “letterario” per altro. Un uso strumentale preterintenzionale di prosa e poesia. Il movente sembra presto detto. La grafia si dispone ora stampata in rilievo su ardesia, ora su lastre d’alluminio, ora infine in strati di “cementina” (un mix di pietre, sabbia, colla e acqua) ricoperta da tinte acriliche su tele di varie misure. L’esito è una vera e propria tecnica di scrittura, destinata a incedere in forme di visualità specifiche, rituali, che restituiscono la trasposizione plastica di uno stato di trance estatica autoindotta. Con avi illustri, dalle parole in libertà futuriste al poème-objet surrealista. Per Matarazzo, infatti, l’opera non vuole essere il prodotto, ma il tramite di una meditazione o di un’esperienza ipnotica compiuta attraverso quelle lettere che scorrono tra le sue dita nell’atto di plasmarle, come grani di un Rosario o di un Mala induista o buddhista. La fase della creazione coincide con quella estatica, attivata da parole che fungono da esclusivo innesco mentale, per consentire al pensiero di cedere il passo a quell’inconscio che da anni l’artista partenopea scandaglia indossando uno scafandro grave quanto doloroso. Questo sfruttamento da parte di Matarazzo delle parole, e la loro conseguente “desacralizzazione”, l’autorizza a immergerle tra strati di denso acrilico a tinte barocche, classiche e (perché no?) addirittura kitsch in quel ricorrente oro “shocking”.
Se questo è il movente della ricerca, dobbiamo ora introdurne il mandante. Cioè l’ossessione del tempo, il tentativo di fermarlo, di congelarlo prima dell’ineludibile passaggio estremo che, tuttavia, non sconfina mai nella paura del nulla dopo la morte. Tutte caratteristiche del lavoro di un’artista che si porta dentro un vissuto ingombrante, tra indelebili smagliature dell’anima inchiodate sulle superfici delle sue opere come ali di una farfalla. Tutte peculiarità delle sue opere che arrivano a raffigurare il tempo dandogli corpo attraverso attimi strappati alla quotidianità, colti nella lettura di una prosa o di una poesia, con un approccio lento e seriale, su materiali confortanti quanto catartici (le pietre come l’alluminio), agli antipodi della fotografia contemporanea costruita, invece, sull’istantaneità e sull’accadimento veloce e imprevisto. Con la conseguenza di avermi fatto venire alla mente i lirici, quanto implacabili, detail di Roman Opalka[2] (1931-2011), capaci di esorcizzare la morte nella loro imminenza. Insomma un inno alla vita concepito come possibile solo nell’arte, da Opalka così come dalla nostra artista partenopea. Perché anche l’arte di quest’ultima si sottrae al tempo, diviene passepartout per oltrepassare la soglia liminare della mortalità. Ecco allora spiegata la cura maniacale e la perfezione formale delle sue opere. A ricordarci, d’altronde, che sono concepite per sempre. Senza scadenza. Altrimenti, viene da domandarsi, a cosa sarebbe servito tutto questo esistere?
FRANCESCA MATARAZZO
DI LICOSA