Se la materia grezza è incontestabilmente il punto di partenza della ricerca di Francesca Matarazzo di Licosa, è attraverso la sua frammentazione meticolosa, in lei quasi tentativo di un’impossibile distruzione, che passa la creazione dell’opera. È la rielaborazione del proprio passato.
Le sequenze di parole-simbolo stese con apparente casualità sono talvolta figlie dell’antico (superato?) caos emotivo dell’artista, altre volte una dichiarazione di libertà, come la tela con la frase dell’Elogio della fuga di Henri Laborit, ma in ogni caso sono ormai espressione compiuta della sua rinascita. Francesca Matarazzo di Licosa ci ricorda invece che le parole, il linguaggio, hanno un’architettura precisa, a volte invisibile agli occhi e altre di sfrontata incisività, che viene dal passato più remoto ed è in continua trasformazione. Come l’Uomo. Le parole sono l’essenza stessa del pensiero. Lo descrivono, ma ne sono anche la fonte. Non a caso i Greci inventarono un solo termine per definire la parola e il pensiero: λόγος (logos). E cosa facciamo ogni attimo della nostra vita se non pensare e descrivere noi stessi e gli altri, le nostre emozioni attraverso definizioni, termini … “parole di quel tempo, musiche in cui sempre mi attendevi” – scrive il poeta – “io dovrò frantumare con le mie mani”. Altro non si può aggiungere a Borges, che certo non vide le tele pietrificate di Francesca…
Poi c’è la sabbia. L’elemento del deserto: il luogo-non luogo per antonomasia, metafora del nulla, dell’aridità di certe anime, ma anche origine della filosofia, culla delle tre grandi religioni monoteiste. La sabbia dell’artista napoletana, però, non è quella che i venti spostano di continuo rimodellando il mondo. La sua sabbia, invece, essiccata di nuovo per “scrivere” sulla tela e poi dipinta, serve per fissare, per cementare la sua e la nostra vita. Per offrire la sua e la nostra anima agli occhi degli altri. E naturalmente a noi stessi. Le opere di Matarazzo raccontano con caratteri cubitali quello che c’è nella sua anima o nella nostra. Lei scava in profondità e chiede tempo. Come le sue produzioni: mesi per pensarle, tempi lunghi per realizzarle.
Infine, i sacchetti dei rifiuti. Scelti con cura nelle diverse forme, modellati e dipinti sempre su tela. Perché ciò che scartiamo dice molto di noi. E naturalmente della nostra terra. L’interesse dell’artista per i sacchetti di plastica nasce in un drammatico periodo per la sua terra natale, Napoli, travolta da una crisi profonda che è però anche spunto di creazione artistica.
di Alessandro Vitiello.
Curatori :
Anna Caridi
Alessandro Vitiello
FRANCESCA MATARAZZO
DI LICOSA